sabato 19 marzo 2011

La bioplastica, una rivoluzione confusa

Il sacchetto del supermercato, il così detto shopper, ha sempre avuto un duplice scopo: sacchetto della spesa e sacchetto dell'immondizia. La sua capacità di contenere prima i pieni e poi i vuoti lo relegava indissolubilmente a questo ruolo.

Gli shopper del supermercato erano perfetti per capienza e robustezza. Resistevano a chili di spesa andando in crisi solo con quelle temutissime confezioni a spigoli vivi come il succo multivitaminico da 2 litri e le confezioni da tre di pomodoro in scatola.

Il suo servizio terminava dopo pochi giorni nel cassonetto ma la sua esistenza sulla Terra no, proseguiva quasi in eterno. Ecco il suo peccato! Per una sorta di patto con il diavolo si ritrovava a vagare reietto per centinaia d'anni nel nostro pianeta. Qualche decennio svolazzando sui bordi delle strade, anni appeso a un ramo e poi lunghi viaggi attraversando paesi, continenti e mari per finire nel Pacific Vortex, quell'area dell'oceano dove miliardi di sacchetti si danno appuntamento per fluttuare come grosse meduse su e giù, senza fine; dannati sacchetti di plastica!

Con la messa al bando degli shopper derivati dal petrolio (polietilene) quel collaudato meccanismo che ormai davamo per scontato si è incrinato. Nei supermercati propongono nuovi sacchetti in plastica biodegradabile realizzati con materie prime vegetali come il mais, il grano. Sono perfetti per raccogliere i rifiuti organici e si decompongono in pochi mesi nella compostiera.
bioplastica compostabile in quanto tempo si degrada

I sacchetti in bioplastica sono meno resistenti e per questo di piccola taglia. Si lacerano soltanto a guardare il tetrapak del succo multivitaminico e per la spesa molti hanno optato per le borse in tessuto, come si usava una volta.

Sparito lo shopper resta il problema di dove raccogliere l'immondizia. I più hanno risolto acquistando i sacchi della spazzatura, quelli specifici, spesso neri o azzurri, che attualmente sono disponibili solo in plastica.

Un passo avanti ed uno indietro e ci ritroviamo al punto di prima. Ma forse è solo il primo step di un percorso per abbandonare con gradualità i sacchetti in polietilene senza mettere in affanno i produttori.

L'industria delle settore infatti lamenta già gravi difficoltà con crisi dell'occupazione ed incertezze su come si muoverà il mercato. E non è strano visto che è mancata completamente una campagna informativa che illustri con chiarezza le tappe di questo percorso (se esiste!), e magari qualche suggerimento rivolto ai consumatori per riconoscere i vari tipi di bioplastica, per come smaltirla correttamente e qualche dritta a proposito dei sacchetti da utilizzare per i rifiuti indifferenziati. Invece la confusione regna sovrana!
Come sempre accade, insieme agli entusiasti vi sono anche gli scettici che ritengono che la produzione della bioplastica sottragga derrate alimentari aggravando la piaga della fame nel mondo, analoga polemica già sollevata per i biocarburanti. Vi sono inoltre alcuni tipi di bioplastica che durante la decomposizione producono metano, sostanza più temibile dell'anidrite carbonica per l'effetto serra.

In ogni caso i produttori di bioplastica già da anni si stanno dando un bel da fare per promuovere le loro soluzioni eco-friendly ma scalzare la ben radicata industria tradizionale non è facile. Il campionario dei prodotti in bioplastica si stà però ampliando ed affermando con una crescita di circa il 25% all'anno.

Accanto alle nuove aziende vi sono quelle tradizionali che si convertono o che affiancano ai prodotti in plastica quelli in bioblastica. Ed anche sul web si nota un certo fermento. Nuovi siti dal design bio-green sfoggiano immagini di mais, canna da zucchero, grano e poi i loro prodotti.


La Natur works llc con il suo polimero biodegradabile, derivato dagli zuccheri, denominato INGEO.
Ingeo prodotti in bioplastica biodegradabile compostabile


La Novamont nota a tutti per il mater-Bi, bioplastica derivata dall'amido di mais.
mater-Bi prodotti in bioplastica biodegradabile compostabile
E poi c'è la Cereplast, API, Purac, Fkur, Natur Tec, e chi più ne ha più ne metta.

Osservando l'eterenogeità dei prodotti si intuisce che di bioplastica c'è ne sono di tanti tipi con caratteristiche fisico-meccaniche diverse (biodegradabili, compostabili, morbide, rigide, etc). Non bisogna quindi temere che le scarpe in bioplastica si decompongano passeggiando per i prati (almeno lo spero!).

La bioplastica grezza si presenta in forma di granuli come avviene per la plastica tradizionale. In questo modo è possibile utilizzare tecnologie di trasformazione analoghe a quelle impiegate con le materie plastiche derivate dal petrolio (stampaggio ad iniezione, estrusione in bolla, etc).

Forse un giorno la maggior parte dei rifiuti domestici (specialmente le confezioni degli alimenti ed i prodotti usa e getta) finiranno nella compostiera (e magari sparirà la TARSU). Avrò così risolto il problema del sacchetto dell'indifferenziata... staremo a vedere!

    3 commenti:

    1. Rimane il dubbio relativo all'utilizzo di risorse alimentari ed agricole a scopo industriale, inducendo di fatto un aumento del costo dei cereali a danno dei paesi più in difficoltà.
      Rimane quindi secondo me eticamente imprescindibile la drastica riduzione dell'usa e getta e dell'imballaggio inutile.

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    2. Ciao Vera, in effetti i suoli fertili per l'agricoltura iniziano ad essere un po contesi tra alimentari, mangimi, tessile, biocarburante, bioplastica, etc. Anch'io penso che bisognerebbe ridurre i prodotti usa e getta e gli imballaggi inutili e magari anche mangiar meno e in modo diverso.
      Un saluto MaxT

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    3. Thanks for sharing, I enjoyed reading.

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